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16 giugno 2004

Il fenomeno Cina:
minaccia o opportunità?

Diamo eco ad una interessante intervista
di Giuliano Mapelli (direttore di Commercio Elettrico)
a Bernardo Bonetti (direttore Marketing Scame)
per lo speciale Cina di Marzo.


Allo stato attuale delle cose, la Cina è davvero una minaccia per i mercati europei?

Gli analisti economici "politicamente corretti" ed un nutrito coro di stimati politici ed imprenditori ci dicono ormai ogni giorno che la Cina va considerata come un'opportunità, ed io sono convinto che in parte lo sia davvero, ma temo sia più avvertibile ed immediata la minaccia per i nostri mercati e oserei dire per la stabilità sociale del "vecchio continente " ed in particolare per l'Italia che è per vocazione un paese manifatturiero, trasformatore ed esportatore.


La Cina è nel Wto, tuttavia è accusata di non rispettare le principali regole sul commercio. Si pensi a quelle relative ai brevetti? È vero?

Nel Wto quasi tutti i paesi membri hanno utilizzato ed utilizzano tutte le possibilità offerte dalle convenzioni per avere vantaggi competitivi per il proprio sistema paese, ma questo non ha impedito all'organismo di fare da camera di compensazione delle tensioni commerciali ed economiche garantendo di fatto una marcia abbastanza regolare verso la globalizzazione dei mercati. La neo entrata Cina si comporta come tutti e non c'è da stupirsene, certo che un sistema giuridico molto lento sostanzialmente protezionista in un economia dirigista e in un paese dove la pubblica opinione conta molto poco rende molto più difficile arrivare ad avere soddisfazione in cause brevettuali e quindi quando anche si ottenessero azioni coercitive molto spesso (purtroppo qualche volta succede anche in Europa) non avrebbero più nessun valore perché il business è ormai finito o l'azienda non è riuscita a sopravvivere ai danni. L'unica alternativa consiste nello spostare la linea di difesa ai nostri confini impedendo l'introduzione truffaldina di prodotti contraffatti e l'accordo fra ANIE e l'Agenzia delle dogane ha questo scopo preciso. Non parliamo poi degli artificiosi incentivi all'export che uniti ai bassissimi costi di mano d'opera ed alla sostanziale derugulation delle normative sulla tutela dell'ambiente e del lavoro fanno si che le nostre imprese si scontrino con i concorrenti cinesi con una mano legata dietro la schiena e, in qualche caso, con tutte e due.


Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha parlato di dazi, Lei sarebbe d'accordo?

Tremonti è aspramente criticato dal mondo "politicamente corretto" a cui accennavo prima, ma sostanzialmente ha ragione, anche se penso ai dazi come azione tattica di difesa per consentire un graduale riequilibrio competitivo nel rispetto di comuni regole, ma non certo come scelta strategica di lungo periodo perché anche il Ministro dell'economia è convinto che alla lunga solo una decisa accelerazione nell'innovazione tecnologica ci potrà dare modo di trasformare veramente l'inarrestabile sviluppo cinese in una grande opportunità per i mercati mondiali. E' chiaro che parlare di innovazione tecnologica in un paese come il nostro dove alla "R&D" storicamente si dedicano pochissime risorse, dove l'Università è spesso staccata dalle realtà produttive dove da decenni i migliori "cervelli" sono costretti ad emigrare e dove il grosso della capacità produttiva è costituito da piccole e medie imprese che fortunatamente hanno avuto e continuano ad avere idee brillanti, ma che difficilmente potranno sostituirsi alla carenza strutturale di un sistema paese che non favorisce certo la ricerca rappresenta solo un bel "discorso della corona" privo di contenuti pratici. Ecco allora che appare evidente la necessità temporanea dei dazi invocati da Tremonti che hanno senso se ci daranno un po' di tempo per colmare i gap organizzativi del nostro sistema paese.


Ci sono altre misure di tutela diverse dai dazi che secondo lei sono applicabili?

Certamente !
Oltre ai dazi dovremmo attuare a livello doganale un controllo ferreo sulle caratteristiche prestazionali e di sicurezza che la normativa nazionale ed europea impongono ai produttori domestici, che le larghe maglie del CE certo non tutelano in modo sufficiente, per non creare una ulteriore disparità di trattamento che penalizza i seri produttori europei e di cui certamente non c'è bisogno, senza pensare ai rischi per la sicurezza dei consumatori. Un banco di prova importante lo avremo a Dicembre 2004 quando andrà in vigore la nuova norma europea sugli avvolgicavo domestici che eleverà sensibilmente il livello di sicurezza di utilizzo di questi prodotti, ma che potrebbe rivelarsi una specie di suicidio collettivo delle nostre industrie più serie se la distribuzione e le autorità di controllo affrontassero la cosa con spirito levantino invece che con la consapevolezza e la determinazione di cogliere una importante opportunità.


Quali sono i comparti del nostro settore più colpiti dalla concorrenza cinese?


Sono certamente quelli delle "commodities", ma anche tutti quei settori come i piccoli prodotti per uso domestico dove la preoccupazione per la sicurezza dell'utilizzatore non professionale e quindi inesperto richiesta dalle normative nazionali ci porta a realizzare prodotti un po' più costosi con del valore aggiunto (la sicurezza) ancora scarsamente percepito come "prestazione importante" dall'utilizzatore e da parte della catena commerciale perché non è immediatamente visibile nelle caratteristiche prestazionali. Ne è prova il fatto della crescente diffusione nella GDO di prodotti sfusi per uso domestico che vengono comprati da utenti inesperti che senza il supporto delle chiare avvertenze d'uso riportate sul cartoncino delle confezioni blister rischiano di avere problemi di sicurezza soprattutto su prodotti estremorientali realizzati in modo qualche volta approssimativo e mi auguro che le attente Associazioni di tutela dei consumatori non lascino passare inosservato questo fenomeno. Anche molte aziende dell'Associazione ANIE-CSI che ho l'onore di presiedere subiscono i negativi influssi di questa concorrenza.


I prodotti nazionali che soffrono di più per la concorrenza cinese?

Sicuramente il tessile in tutta la sua filiera moda compresa, il piccolo elettrodomestico, l'elettronica di consumo ed in parte le piccole macchine utensili tutti settori importanti e, fino a qualche tempo fa trainanti, per la nostra economia e pensando a come è ridotto (questa volta per ragioni endogene) un settore che sembrava inattaccabile come l'agroalimentare c'è seriamente da augurasi che il proverbiale ottimismo della nostra classe imprenditoriale ( soprattutto della piccola e media impresa) non ne venga intaccato altrimenti saranno dolori.


Si parla di un mercato di più di un miliardo di persone, ma allo stato attuale la nostra bilancia commerciale con la Cina è negativa, insomma le loro merci arrivano, è difficile collocare le nostre da loro. È o non è un mercato maturo?

Per carità non parliamo di mercato maturo riferendoci al mercato cinese, ha potenzialità di crescita enormi e quasi inimmaginabili semmai sarebbe il caso di parlare di mercato protetto poiché la Cina è altrettanto abile ad attrarre capitali occidentali (soprattutto per produrre beni da riesportare mettendo in crisi gli equilibri economici occidentali). Quanto a creare barriere protezionistiche alle importazioni di merci occidentali nel proprio mercato e ne è prova il fatto che il CCC fa impallidire il suo omologo europeo il CE che al confronto è un vero "colabrodo".


Eventuali note o considerazioni non contemplate nelle domande

In Cina si sta delineando una sovracapacità produttiva tanto che produttori europei che hanno in parte delocalizzano come la WW (che nel 2003 ha venduto più auto in Cina che in Germania ) si stanno chiedendo come fare a saturare la loro accresciuta capacità produttiva se il mercato interno cinese non accelererà le sue capacità di assorbimento di parte dei beni prodotti e tanto che alcune multinazionali americane del tessile stanno pensando seriamente di chiudere degli impianti che ormai non garantiscono più reddito per il sottoutilizzo della loro capacità produttiva. Quindi il sistema così com'è inizia a mostrare i suoi limiti senza pensare ai danni che sta arrecando nei paesi occidentali. Al recente congresso FNG di Malta ho lanciato un invito a praticare "l'egoismo solidale" un concetto provocatorio teso ad incrementare l'apprezzamento per il "made in Europe" ed il "made in Italy " diffondendo la consapevolezza nel consumatore che così facendo tutelerà anche il proprio benessere con la speranza di sollecitare un minimo di sciovinismo che assolutamente in Italia (a differenza di qualche nostro vicino europeo) proprio non esiste, ma sono convinto che oltre a questa attività certo utile, ma non sufficiente solo un uso sapiente dei dazi utilizzati come elemento regolatore temporaneo possa spingere i Cinesi a dirottare parte della capacità produttiva che cresce a ritmi da record verso il mercato interno creando un circolo virtuoso che invece di mandare la produzione mondiale in "over booking" (come sta avvenendo) faccia effettivamente crescere il mercato globale, non dimenticando che in paese dove la risorsa manodopera a bassissimo costo è pressoché inesauribile e dove l'opinione pubblica conta pochissimo solo le pressioni commerciali internazionali possono spingere in questa direzione. In tal modo si potrebbe creare un circolo virtuoso che farebbe veramente diventare la Cina una opportunità per l'Italia , per il mondo occidentale e soprattutto per i cinesi perché la crescita del mercato interno a tassi più sostenuti sarebbe portatrice di benessere reale e quindi di consenso all'interno.

Si chiederà perché un uomo di industria faccia dei discorsi che sembrano più politici che economici, ma purtroppo (per fortuna secondo me) la mia formazione professionale e culturale è avvenuta soprattutto nella piccola e media industria vivendo per quasi vent'anni in Scame accanto ad un uomo come Giovanni Scainelli che ha un profondo senso etico del suo ruolo di imprenditore ed un profondo legame con il territorio e con il tessuto sociale in cui opera e questo mi ha portato alla convinzione che più che le "cicale" che pensano di trarre e traggono un profitto immediato e di breve periodo dalle delocalizzazioni saranno le "formiche" attente al futuro ed al benessere di chi gli sta intorno che sapranno trasformare anche il pericolo cinese in una vera opportunità di sviluppo perché non dimentichiamoci che tutti le migliori idee di business per durare hanno bisogno di un mercato con una capacità di spesa che si ottiene solo producendo ricchezza e le delocalizzazioni puramente speculative creano solo spostamenti di aree di ricchezza, ma non vero valore e vere opportunità.

Questa convinzione mi da una grande speranza ed una grande tranquillità sul futuro della nostra industria nazionale.

 

Rev.16.0929      

 

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15 settembre 2017
31 dicembre 2017


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